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Facciamo parlare la bottiglia

 I nostri vini devono competere, dimostrare la loro bontà, essere più seducenti, più deliziosi, e migliori dal punto vista del rapporto fra prezzo e qualità, dei loro concorrenti.

Hugh Johnson, autore dal 1977 della guida dei vini Pocket wine Book, individua i vari orientamenti nella scelta e dopo un escursus tra uvaggi e zone di produzione, ci fornisce suggerimenti per valorizzare la nostra produzione, come, ad esempio, arricchire le etichette con nuove informazioni utili, tra cui l’origine del vino, anno dopo anno.

Qual è la percezione del vino italiano? Quali saranno i suoi punti di forza nei prossimi anni? Sono domande che non riguardano soltanto produttori e addetti ai lavori, ma soprattutto i consumatori che troveranno sugli scaffali di enoteche e supermercati, sulle tavole di casa così come su quelle di ristoranti e trattorie, vini forse diversi nei prossimi anni.

Ha provato a rispondere a queste domande uno dei più famosi ed importanti scrittori del vino, l'inglese Hugh Johnson, classe 1939, autore dal 1977 della guida dei vini per eccellenza (il Pocket wine Book che, assieme agli altri suoi titoli, ha venduto oltre 15 milioni di copie in tutto il mondo), nella sua lectio magistralis tenuta all'ultimo Vinitaly.

«Chiediamoci, per cominciare, perchè tutti amano i vini italiani e "come" si sceglie di comprare un vino italiano. Si compra la storia e la tradizione, o le tecnologie più moderne, oppure qualcosa che scaturisce dal suolo benedetto dell’Enotria accompagnato dagli aromi di prosciutto, parmigiano e mozzarella? Abbiamo un'immagine unica dell'Italia?

In realtà, il vostro Paese è troppo complesso, e troppo regionale, perchè questo sia vero. E’ facile sentirsi rispondere che in Italia ci sono talmente tanti tipi di vini che possono soddisfare tutte le esigenze: uno non ha bisogno di guardare altrove eccetto - riconosciamolo - per lo champagne. Ma questa spiegazione contiene delle contraddizioni: ad esempio, ci sono talmente tante etichette che si finisce per perdersi. Tutti noi ammiriamo la creatività e l’orgoglio - per non parlare dell’ immaginazione - ma talvolta è lecito chiedersi se non ci siano più "etichette diverse" che "vini differenti". I consumatori chiedono - di conseguenza - un appoggio solido. Allora le nostre scelte possono derivare dai nomi della tradizione e così noi spenderemo i nostri soldi per Chianti, Barolo, Valpolicella, Soave o Verdicchio. Oppure i consumatori possono farsi rassicurare da varietà di uve che conoscono e quindi comprare merlot, pinot grigio, o vermentino. Ma è assai probabile che la scelta dei consumatori, almeno quelli che si trovano in Italia, sia dettata dalla località dove si compra il vino: e così si sceglierà un Collio in Friuli, un Frascati a Roma e un Nero d’Avola in Sicilia».

«Il mondo - continua Hugh Johnson - prova sentimenti positivi nei confronti dell’Italia. Ama il vostro Paese, le sue mode, le sue città e la sua meravigliosa cucina. Ma non vede i vini italiani come un fenomeno a sè. I vostri vini devono competere, dimostrare la loro bontà, essere più seducenti, più deliziosi, e migliori dal punto vista del rapporto fra prezzo e qualità, dei loro concorrenti».

Percorso difficile? «In realtà, l'Italia è riuscita ad entrare nel novero dei produttori di qualità superiore con la stessa facilità con cui è diventata leader nei mondi della moda, del design e della Formula Uno. E' stato così "naturale" dare alla Toscana uno o due Premier Cru. Barolo e Barbaresco necessitavano soltanto di un po' di fiducia in più per entrare nel novero dei top.

Analoghe mosse si possono vedere, ai nostri giorni, in Veneto e Sicilia».

Sta finendo la "corsa" alla valorizzazione dei vitigni italiani?

«No. Si può affermare che grandi prodotti oggi siano latenti anche in certe varietà del Veneto e del Mezzogiorno: sono in attesa di venir adeguatamente valorizzati in vini di qualità "stellare". Ne sono profondamente convinto. Fra cinquant’anni, i nostri successori ci considereranno quantomeno strambi per non aver riconosciuto la grandezza di Montepulciano e dei Falanghina. E un passo importante in questa direzione sarà l’identificazione dei posti migliori dove coltivare i vini italiani. Ad esempio, il progresso del Nuovo Mondo dipende dallo scoprire non solo, ad esempio, che il Cabernet Sauvignon ha un elevato potenziale in Napa Valley, ma anche nel definire quali pendii e terreni di Rutheford o Spring Mountain siano i suoi Latours e Lafites. L’Italia ha ancora del lavoro da fare in questo campo. Conosciamo molte caratteristiche delle colline delle Langhe, ma molto meno di quelle nel Chianti e nella Maremma, per non parlare dell’Etna. Un giorno, speriamo presto, un maggior numero di etichette sulle differenti bottiglie chiarirà precisamente l’origine del vino, anno dopo anno. Queste sono informazioni più utili delle indicazioni di fantasia delle etichette di oggi».

 

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