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Il ritorno al brindisi impegnato

Nell'opera del Parini il brindisi ritrova il tono e i temi che furono propri dei classici. Come a dire che esso non ha più nulla a che fare con i virtuosismi bacchici degli eruditi del Settecento. Parini è altro poeta, altro è il suo impegno. La poesia esce dalle accademie e si fa poesia civile. Lo sapeva bene Foscolo, che un giorno a tale riguardo fu rimproverato dal Parini. Era stato invitato dal vecchio poeta per ascoltare una sua nuova prova. Si trattava dell'ode Il messaggio. Parini recitava, Foscolo ascoltava in silenzio. Quando finì, Foscolo, che ne aveva lo spirito, irruppe in complimenti, molti dei quali riguardavano l'artificio poetico della prova. Sembrava quasi gli volesse dimostrare la sua rilevante competenza tecnica. Ma il Parini lo bloccò subito. Con la dolcezza e la fermezza del maestro lo riprese: "O giovinetto, (...) prima di lodare all'ingegno del poeta bada ad imitar sempre l'animo suo in ciò che ti detta virtuosi e liberi sensi, ed a fuggirlo ov'ei ti conduca al vizio e alla servitù. Lo stile di questa mia poesia è frutto dello studio dell'arte mia; ma della sentenza che racchiude devo confessarmi grato all'amore solo con cui ho coltivato gli studi, perché amandoli fortemente e drizzandovi tutte le potenze dell'anima ho potuto serbarmi illibato ed indipendente in mezzo ai vizi e alla tirannide dei mortali". Il Parini è tutto in questa memoria del Foscolo. Fu certamente più attento alle ragioni dell'uomo, che a quelle dell'arte, più osservante del culto del vero, che di quello del bello. Come il suo modello Orazio, Parini fu più oratore che lirico.
Il brindisi che qui segue è un'intera ode. In essa il Parini riprende il tema consueto del tempo che fugge, della vecchiaia che avanza, ma senza abbandonarsi al tono triste, a parole di rassegnazione. Se l'amore e la bellezza svaniscono con la vecchiaia, Bacco e l'amicizia seguono l'uomo fino "a l'estremo dì".

5. GIUSEPPE PARINI (1729 - 1799)

Il brindisi

Volano i giorni rapidi
dal caro viver mio:
e giunta in sul pendio
precipita l'età.
Le belle oimè! che al fingere
han lingua così presta,
sol mi ripeton questa
ingrata verità.
Con quelle occhiate mutole,
con quel contegno avaro,
mi dicono assai chiaro:
noi non siam più per te.
E fuggono e folleggiano
tra gioventù vivace;
e rendonvi loquace
l'occhio, la mano e il pié.
Che far? Degg'io di lagrime
bagnar per questo il ciglio?
Ah no; miglior consiglio
è di godere ancor.
Se già di mirti teneri
colsi mia parte in Gnido
lasciamo che a quel lido
vada con altri Amor.
Volgan le spalle candide
volgano a me le belle:
ogni piacere con elle
non se ne parte alfin.
A Bacco, all'Amicizia
sacro i venturi giorni.
Cadano i mirti e s'orni
d'ellera il misto crin.
Che fai su questa cetera,
corda, che amor sonasti?
Male al tenor contrasti
del novo mio piacer.
Or di cantar dilettami
tra' miei giocondi amici,
auguri a lor felici
versando dal bicchier.
Fugge la instabil Venere
con la stagion de' fiori:
ma tu Lieo ristori
quando il dicembre uscì.
Amor con l'età fervida
convien che si dilegue;
ma l'amistà ne segue
fino a l'estremo dì.
Le belle, ch'or s'involano
schife da noi lontano,
verranci allor pian piano
lor brindisi ad offrir.
E noi compagni amabili
che far con esse allora?
Seco un bicchiere ancora
bevere; e poi morir.

Testo e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.

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